PER I VOLONTARI UNITALSI: NOTIZIE UTILI SUL PELLEGRINAGGIO A LOURDES

Notizie Utili sul Pellegrinaggio a Lourdes

Cara e Caro Volontario
Ti ringraziamo fin da ora per aver deciso di venire in pellegrinaggio a Lourdes con
l’Unitalsi Emiliano Romagnola. La tua disponibilità a svolgere un servizio a favore
dei pellegrini più fragili può avere diverse motivazioni: hai fede e vuoi
sperimentare il dono della speranza, stai cercando una risposta ad inquietudini,
desideri fermarti e scendere dalla giostra del mondo in un luogo speciale, perfino
per curiosità.
Per andare a Lourdes non è necessario essere credenti, Lourdes è un luogo
speciale per tutti, che accoglie uomini e donne che arrivano da ogni dove, sani ed
ammalati, giovani ed anziani, in una babele di lingue che si trasforma nella lingua
comune dell’amore e della speranza. Un luogo dove ciascuno può trovare risposta
a domande, a dubbi ed aspettative.
Il pellegrinaggio a Lourdes è una grande occasione di vita comunitaria, di incontro
fraterno con coloro che sono ammalati e infermi, è spirito di servizio senza
barriere.
Il credente viene in pellegrinaggio a Lourdes per vivere la presenza viva del
Signore, per venerare la Vergine ed i luoghi che hanno visto la sua presenza, per
invocarne la grazia e ricevere benedizioni.
A chi non ha il dono della fede Lourdes parlerà invece attraverso i volti degli
infermi, i loro sorrisi radiosi anche se segnati dalla malattia, la liturgia comunitaria
ed i meccanismi dell’accoglienza.
Il pellegrinaggio a Lourdes è comunque liberatorio, avvicina a Dio ed alla Vergine
oppure, molto più prosaicamente, ci mette dinanzi alle sofferenze ed alle
infermità, riesce a farci ritrovare senso e coerenza alla nostra vita frettolosa e
affannata.
Augurandoti un buon pellegrinaggio desideriamo, con questa guida offrirti alcuni
informazioni e consigli per vivere al meglio questa forte esperienza di fraternità,
carità, amore e condivisione.

Anna Maria Barbolini
Presidente Sezione Unitalsi Emiliano Romagnola

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Intervista al Presidente Antonio Diella

 Nel mese di Aprile si è svolta a Bologna l’Assemblea Regionale dell’Unitalsi Emiliano Romagnola. Riportiamo di seguito l’intervista fatta al Presidente Nazionale Antonio Diella

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DOMANDA: Caro Presidente nella sua relazione ci ha richiamati a vivere con grande disponibilità e gran cuore la scelta unitalsiana. Vuole approfondire?

ANTONIO DIELLA : Dobbiamo vivere con grande disponibilità e con grande cuore sia la scelta unitalsiana, sia la responsabilità che abbiamo scelto di avere all’interno dell’associazione, perché questa responsabilità è una scelta e non un’imposizione. Ho sottolineato ai Presidenti delle sottosezioni italiane che non dobbiamo considerare le responsabilità che ci sono richieste con preoccupazione o come un peso difficile da sopportare in solitudine, ma con la GIOIA per la bellezza di ciò che siamo e facciamo.

Diventa importante, pertanto, capire quale percorso stiamo facendo e che cammino facciamo. Questo non perché non ne abbiamo sufficiente esperienza, ma perché la nostra esperienza va ricalibrata sulla vita attuale dell’Associazione.

Forse abbiamo bisogno di condividere di più, tra noi, quali sono i percorsi che stiamo facendo, quali sono i nostri problemi, quali sono le nostre gioie. Ecco il senso di questi incontri: condivisione, partecipazione, incontro, scambio.

Fondamentale capire qual è l’identità della nostra associazione.

DOMANDA: Qual’ é, dunque, l’identità dell’Associazione?

ANTONIO DIELLA: L’identità dell’Associazione, lo dico dopo essermi confrontato con la Chiesa Italiana, con la Conferenza Episcopale e con il nostro Vescovo, deriva da quello che La Chiesa Italiana chiede a noi.

L’identità dell’Associazione può essere compendiata in questi tre punti:

Il primo punto: La vita in Cristo e nella Chiesa. Non viene prima “noi siamo quelli dei treni”, ma “Il Signore è il cuore della nostra esperienza”. Agli aderenti all’Associazione è innanzitutto chiesto di radicarsi in Cristo e nella Chiesa.

 Attenzione però! L’errore che dobbiamo evitare di fare è di vivere l’ecclesialità dell’Associazione come se si trattasse di una “chiesa a parte”, così come dobbiamo evitare l’errore di ritenere che il nostro rapporto con la Chiesa consista nell’essere ”amico del Vescovo”.

Essere radicati in Cristo e nella Chiesa significa condividere l’esperienza del “popolo di Dio”, che vive nei luoghi normali della fede, in particolare nelle parrocchie.

Se l’Unitalsi è un’esperienza di comunità, non può essere al di fuori dei luoghi dove la comunità si riunisce e non deve avere la pretesa di essere un’esperienza di vertice nella chiesa. Non abbiamo bisogno dell’elenco delle nostre importanti conoscenze; abbiamo più bisogno di un elenco dove sono scritti tutti i poveri che conosciamo, per non dimenticarceli. L’elenco di tutte le persone importanti, che sono amiche nostre, questo non ci deve interessare!

Allora… prima cosa fondamentale della nostra identità: la vita in Cristo e nella Chiesa.

DOMANDA: Scusi la interrompo: questo significa che chi viene all’Unitalsi deve credere per forza in Gesù Cristo?

ANTONIO DIELLA: Ovviamente No. Siccome, però, noi non siamo un club dove uno viene e fa quello che vuole, chi vive l’esperienza unitalsiana, ancorché non debba essere convertito a forza, deve poter avere davanti agli occhi una testimonianza credibile di quello che l’esperienza della fede può fare nella vita delle persone. E questa testimonianza credibile non è far vedere che noi preghiamo mentre gli altri stanno zitti, ma è testimoniare la comunione, testimoniare la misericordia, testimoniare la capacità di camminare insieme nonostante le differenze, nonostante le offese… nonostante tutto. Per cui non siamo un’associazione a “conversione obbligatoria”, ma un’associazione a “testimonianza credibile obbligatoria”.

DOMANDA: Il secondo punto sull’identità dell’Associazione

ANTONIO DIELLA:  E’ ciò che a noi la chiesa chiede, da 115 anni, come chiamata fondamentale: quella di Vivere i pellegrinaggi con i malati. L’identità dell’Associazione non può fare a meno dei pellegrinaggi con i malati: non esiste un’associazione Unitalsi senza i pellegrinaggi; e non ci sono esperienze sostitutive (nemmeno quindici giorni di stage a Lourdes possono sostituire il pellegrinaggio).

Allora:

  1. Il pellegrinaggio con i malati è identitario per la nostra associazione;
  2. Non è sostituibile da nessun tipo di esperienza, anche fatta a Lourdes. Lo dice e lo chiede la Chiesa italiana: “Dovete smettere di cercare alternative, voi dovete portare avanti la vostra vocazione e in quella vocazione può nascere altro. Ma fate l’Unitalsi: Portate la gente alla Madonna”.

DOMANDA: il terzo punto?

ANTONIO DIELLAVita di carità e carità della vita. La nostra vita di carità, come Associazione, è fondata su una libertà. Noi non abbiamo un’opera di carità che dobbiamo fare ovunque, per cui, ad esempio, se da qualche parte si edifica una “casa famiglia”, tutti devono fare una “casa famiglia”. Noi abbiamo una straordinaria libertà: ognuno di noi, nel proprio territorio, deve saper guardare il bisogno e deve saper dare una risposta adatta a quel territorio. La nostra vita di carità è dentro una libertà ed è dentro un’intelligenza.

Le iniziative di alcune sottosezioni possono essere uno stimolo, ma non è detto che vada bene per altri territori; non dobbiamo fare delle fotocopie: ad esempio se una sottosezione ha necessitò di un pulmino per offrire un servizio di accompagnamento ai propri associati disabili, non è detto che tutti debbano comprare un pulmino, che magari usano solo per una o due iniziative all’anno. Le esigenze possono essere diverse.

Noi abbiamo dei cammini di carità che si stanno affermando all’interno dell’Associazione, che traducono nella vita quotidiana l’esperienza del pellegrinaggio. Sono:

  1. Il lavoro che stiamo iniziando “in rete” per i bambini e le famiglie nei punti ospedalieri particolarmente rilevanti (non solo come supporto logistico, ma anche come aiuto alle famiglie a districarsi nelle pastoie burocratiche, nei rapporti con i medici che non sempre utilizzano un linguaggio comprensibile per tutti, ecc). Il coordinamento delle risorse “in rete” è già iniziato;
  2. Il lavoro che in parecchi posti si sta iniziando con gli anziani e la loro solitudine: un lavoro delicato che non dà grandi riflessi mediatici, ma che incide molto nella vita delle persone;
  3. Sta per partire un’idea che riguarda le degenerazioni a livello psichiatrico delle persone anziane perché c’è una grandissima sofferenza nelle famiglie e vorremmo, come associazione, imparare, nella libertà, a condividere questo percorso.

Va ribadito che tutte queste esperienze fanno parte dell’Unitalsi, ma che, anche queste, non possono prescindere dai pellegrinaggi perché identitariamente il pellegrinaggio con i malati e con chi soffre è quello che differenzia l’Unitalsi nel mondo delle associazioni.

 Questa “vita di carità” ha anche dei risvolti di socialità; ad esempio, il lavoro che fa con la “protezione civile” è importante, ma non è sostitutivo e non si viene nell’Unitalsi perché“così posso occuparmi di protezione civile”.

Poi c’è la “carità della vita”. Noi non siamo un gruppo, noi siamo una comunione

E’ fondamentale che ci sia la “carità della vita” tra di noi; quella “carità della vita” che ci fa andare alle riunioni contenti e non preoccupati di quello che succederà, quella “carità della vita” che ci permette di parlarci al telefono e di raccontarci le difficoltà, senza timore, con la consapevolezza che quelle difficoltà possono essere condivise tra persone che si vogliono bene. Questa “carità della vita” va sperimentata soprattutto nella nostra vita associativa. Non possiamo essere bravi, cari e premurosi con le persone in difficoltà che portiamo ai pellegrinaggi e non scoprirci reciprocamente sofferenti perché bisognosi di misericordia, di amicizia e di comprensione.

DOMANDA: Parlando di identità ha detto che il pellegrinaggio ci differenzia. Vuole approfondire?

ANTONIO DIELLA:  All’interno della nostra identità, il pellegrinaggio è un momento estremamente proficuo per le esperienze della fede e per l’esperienza della vita. Ma dobbiamo aver chiaro che per noi il pellegrinaggio non è:

–    Un’esperienza turistica. Noi non faremo mai un pellegrinaggio… un giorno a Lourdes, un giorno a Carcassonne, un giorno a Marsiglia,ecc, perché abbiamo bisogno che il pellegrinaggio non finisca in un calderone dentro il quale tutto si assomiglia (per cui se sono andato a vedere un monumento… poi sono andato a vedere un monumento che si chiama “Grotta di Lourdes”);

–    Un’esperienza “mordi e fuggi”, per cui vado, tocco e ritorno. Noi chiediamo a noi stessi e alle persone che vengono con noi un tempo da dedicare a questa esperienza: prima, durante e dopo il pellegrinaggio.

Dobbiamo far comprendere la ricchezza dell’esperienza di CARITA’ AMORE E VITA IN CRISTO che si può vivere con il pellegrinaggio. Per questo l’Unitalsi deve essere una presenza viva nella Diocesi. La proposta del pellegrinaggio non si fa attraverso le locandine ma si comunica con la nostra presenza, la nostra vita, la nostra disponibilità.

Dobbiamo moltiplicare e radicare l’Associazione lì dove l’associazione non c’è. Dobbiamo cercare di essere presenti dappertutto, non importa se in maniera piccola o in maniera povera, ma dobbiamo essere presenti con la nostra proposta: sia di associazione, sia di pellegrinaggio con le persone che soffrono.

DOMANDA: Ma come essere efficaci con la nostra presenza? Come possiamo contagiare altri?

ANTONIO DIELLA: Dobbiamo essere presenti, tra le persone, ma questo andare incontro ha bisogno di un metodo di lavoro. Metodo di lavoro che io prendo da quello che il papa ha detto il 20 aprile 2018 quando si è recato ad Alessano e Molfetta per ricordare don Tonino Bello. Parlando della chiesa (e quindi anche di noi) il Papa ha detto: «Conosco un sacco di persone che sono “specialisti della perplessità”, contabili pedanti dei pro e dei contro, guardinghi fino allo spasimo per non rischiare mai…».

Poiché quando ascolto il Papa non penso che quello che dice lo dica per gli altri, mi sono chiesto se anch’io, certe volte, sono stato “specialista della perplessità”, se certe volte, di fronte a certe sollecitazioni, ho perso più tempo a farmi tutti i conti fino allo spasimo, piuttosto che chiedermi se rischiare un’esperienza missionaria fosse una risposta positiva che dovevo dare.

A volte dimentichiamo che il sentirsi accompagnati dalla Provvidenza è una possibilità che anche noi dobbiamo sentire viva nella nostra vita. Il nostro cammino non è fatto soltanto dalla nostra intelligenza o da quello che crediamo di sapere, ma è fatto anche dalla presenza di Dio che ci dà indicazioni, che ci aiuta e che è provvidente nei confronti delle nostre necessità, soprattutto quando rischiamo.

Un metodo di lavoro deve anche essere quello di riscoprire la collegialità di una responsabilità, per la quale anche i nostri consigli smettano di essere dei “consigli figurativi”. Sono “consigli figurativi” quelli nei quali, da un lato c’è il presidente che è tutto lui e dall’altro quelli in cui quei consiglieri, che magari hanno speso forti energie per farsi eleggere, che una volta eletti scoprono che la loro vita è talmente impegnata che non hanno il tempo per andare in sottosezione, per andare in consiglio o ai pellegrinaggi.

Allora, riscoprire un metodo di collegialità significa:

–    Riscoprire una responsabilità e condividerla;

–    Aiutare e farsi aiutare;

–    Fidarsi! Fidarsi! Perché se non c’è un rapporto di fiducia non si va da nessuna parte;

–    non essere paralizzatori. C’è chi pensa, a volte, di avere il compito di dover “conservare” l’Associazione prima che qualcuno la distrugga, per cui qualunque proposta, qualunque novità, qualunque possibilità viene rifiutata e non si accorge che questo “conservare l’Associazione” diventa “paralizzare l’Associazione”. Se alcune scelte, a posteriori, si sono rivelate essere state degli errori ce ne dobbiamo fare carico e dobbiamo correggerle (sempre fraternamente), ma non dobbiamo, per questo, paralizzare la vita dell’Associazione aspettando che muoia d’inedia;

–    Avere un rapporto di collaborazione con la Sezione e con le altre Sottosezioni. Se il rapporto con la Sezione non è di collaborazione, non è di condivisione, non è di analisi comune, ma diventa di contrapposizione è segno che la nostra comunione sta perdendo terreno e che la nostra responsabilità, a tutti i livelli, è vissuta male. Noi non siamo un’associazione stratificata: Sottosezioni, Sezioni e (lassù) la Presidenza nazionale non sono piani diversi di una piramide che va verso l’alto, ma sono “diversità di responsabilità” che, però, possono vivere soltanto se camminano insieme.

 

DOMANDA Quale è la priorità del cammino associativo

ANTONIO DIELLA: La nostra responsabilità ci impone di essere chiari nello stabilire le giuste priorità relativamente alle energie, obiettivi e uso delle risorse. Pertanto ognuno faccia i conti con il tempo e con le energie che ha e su questi stabilisca le priorità. Essendo noi responsabili in questa associazione, non possiamo sempre fare l’elenco di tutte le cose che abbiamo da fare, di tutto il nostro lavoro, della famiglia, ecc. e dire che sull’impegno identitario dei pellegrinaggi non abbiamo tempo perché abbiamo fatto questo e quest’altro. Ogni responsabile, pertanto, deve avere sempre ben presenti le priorità perché non è pensabile che si spendano risorse, piccole o grandi che siano, per un certo impegno associativo e non si abbia poi il tempo, la voglia, le energie per i pellegrinaggi e la comunione.

Stabilire delle priorità!

È necessario stabilire delle priorità. Priorità che vanno stabilite anche sull’uso delle risorse economiche.

Se la scelta identitaria della nostra associazione è il pellegrinaggio, la priorità, anche nell’uso delle risorse economiche, va data ai pellegrinaggi. Se la nostra sede di sottosezione ci costa un sacco di soldi e noi di quella sede non abbiamo necessità, lasciamo la sede perché se mantenere una struttura ci costa al punto d’impedirci di destinare le risorse giuste ai pellegrinaggi e soprattutto all’aiuto di chi ha più bisogno, è meglio quella sede non averla perché non è quella che ci fa vivere.

Adesso sta arrivando il cinque X 1000, che sarà utilizzabile anche per i pellegrinaggi. Il cinque X 1000 raccolto in ambito regionale sarà dato tutto alle sottosezioni perché possano abbassare le spese generali dei pellegrinaggi o aiutare chi riterrà più opportuno…

Allora: possiamo, anche su queste risorse, creare dei percorsi virtuosi dove al primo posto ci sono i pellegrinaggi con i malati?

DOMANDA ci può dire se ci sono PROGETTI IN CANTIERE?

ANTONIO DIELLA: Caldeggiare il pellegrinaggio in Terra Santa, senza farci condizionare dalle paure.

Lo scorso anno dall’Italia verso la Terrasanta sono partiti 100.000 pellegrini, con l’Unitalsi 650. Quindi perché noi dell’Unitalsi dobbiamo temere?

Altri progetti su cui stiamo programmando delle azioni, sono:

–    Accompagnamento delle persone che, in famiglia, hanno situazioni di difficoltà (solitudine, anziani, famigliari con Alzheimer o con patologie di carattere psichiatrico, ecc);

–    Progetto di formazione “In ascolto”: interamente finanziato, per imparare ad ascoltare in modo efficace;

–    Preparazione per accompagnare i morenti;

–    Cammino dei giovani (che in agosto vanno a Roma dal Papa).

DOMANDA: Un’ultima riflessione?

ANTONIO DIELLA : Vorrei ci fosse più partecipazione dei Presidenti delle sottosezioni agli incontri nazionali. E’ un’occasione preziosa per crescere insieme condividendo soluzioni per superare difficoltà e criticità, e anche per scambiarsi idee. Dobbiamo abituarci a fare autovalutazione del nostro operato, non sulla base di quello che ognuno di noi ritiene essere giusto, ma sulla base di quei criteri che l’Associazione ha deciso ed ha scelto di fare suoi. Da non sottovalutare anche la nuova legislazione sul “terzo settore” che ci porterà a fare degli aggiustamenti. Tra le modifiche da apportare inseriremo che “la formazione dei responsabili è condizione necessaria per continuare a essere responsabili”. Almeno una volta all’anno dobbiamo incontrarci tutti!Stessa cosa anche per gli animatori dei pellegrinaggi.

Grazie Presidente

LA PRESENTE INTERVISTA – A CURA DI ANNA ROSA FAVA – NON E’ STATA REVISIONATA DAL PRESIDENTE ANTONIO DIELLA

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7 giugno 2018 : Corso di Formazione aperto a tutti

Importanza del ruolo  del volontario. Inter-Azioni valorizzanti  le risorse del disabile

Giovedì 7 giugno alle ore 20,00 presso la Sottosezione Unitalsi di Bologna – in Via Mazzoni, 6/4 – si svolgerà un corso di formazione rivolto a tutti coloro che svolgono attività di volontariato o che sono interessati ad approfondire il tema.

Tra i relatori il Dott. Andrea Mariani, Psichiatra di Comunità  e Maria Rita Battistini, Responsabile  della struttura residenziale “Casa Rodari”.

Il Corso è gratuito

Per Informazioni Tel.051 335301 – fax 051 3399362

 

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